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18 marzo 2010

CONFITARMA

IL SALUTO DI COCCIA:
ARMATORI COMPATTI

Le recenti dichiarazioni di Gianluigi Aponte di non voler più investire in Italia, destano non poche preoccupazioni soprattutto al Sud dove l’armatore, affettivamente legato alla sua terra d’origine, ha sempre risposto agli appelli ed è sempre stato molto presente nei diversi settori della sua attività, dai containers alle crociere, dalla cantieristica alle autostrade del mare, ai mezzi veloci. Indispettito ed amareggiato, Aponte potrebbe ora effettivamente decidere di disinvestire? Lo chiediamo a Nicola Coccia, a lungo vicino, per il passato, all’armatore di cui ha stimolato presenza ed impegno in Italia ed al sud in particolare.

«Ho recentemente incontrato Aponte ad Amburgo, all’inaugurazione di “Msc Magnifica”, e ho raccolto le sue lamentele per la diversa attenzione che l’Italia, rispetto alla Francia, rivolge a chi investe in questo settore così strategico per l’economia. Da un lato, c’era l’invito personale di Sarkozy e del mondo finanziario francese per invogliarlo ad investire in nuove costruzioni nei loro cantieri, dall’altro, le difficoltà e le inchieste giudiziarie che sorgevano per investire in Italia. Per circa vent’anni il ruolo che personalmente ho avuto, e che ha favorito importanti investimenti di Aponte in Italia, è stato proprio quello di filtrare i problemi, appianare e minimizzare le difficoltà per investimenti in Italia. Penso che ora manchi chi svolga questa funzione. Noto che, per la prima volta, Aponte esterna apertamente la decisione di non investire più in Italia: sinceramente sono preoccupato che possa essere una vera decisione».

Presidente, lei domani, dopo essere stato per cinque anni alla guida degli armatori italiani, passa il testimone a Paolo D’Amico. Vogliamo fare un rapido bilancio dei risultati ottenuti e degli obiettivi mancati?

«Tra gli importanti obiettivi annovero una maggiore rappresentatività del settore (rientro delle imprese di rimorchio e di altri importanti operatori); il recupero dell’immagine della categoria e compattezza verso l’esterno attraverso una ritrovata unità fra le varie componenti armatoriali, una maggiore sinergia con le altre associazioni del sistema marittimo per lo sviluppo congiunto delle attività (federazione del mare, Confindustria a livello nazionale e territoriale, in particolare in città a vocazione marittima come Napoli e Genova). Poi l’attività di formazione sia dello stato maggiore che delle altre figure degli equipaggi: l’inaugurazione dell’Accademia di Genova prima e poi della succursale di Torre del Greco. Né voglio dimenticare il nuovo confronto costruttivo instaurato con il mondo bancario e finanziario italiano (accordi, tra gli altri, con Borsa e Sace) e la grande attenzione prestata ad un nuovo modo di comunicare l’importanza della risorsa armatoriale per il sistema Italia nel mercato globale (parlano le tre edizioni della 48 ore del mare tenutesi a Napoli, Genova e Roma). Non sono riuscito, invece, a realizzare quel processo di rinnovamento delle normative di settore che risultano tuttora arretrate e antiquate, né ad attirare tutta l’attenzione politica che il settore merita».

La privatizzazione di Tirrenia ha rappresentato una delle sue battaglie.Secondo lei come andrà a finire?

«Avevo garantito una presenza folta di armatori alla gara e ciò si è verificato.Avevo suggerito la soluzione di trasferimento delle regionali alle Regioni, e ciò è avvenuto. Oggi sto lanciando un messaggio di preoccupazione che avevo già comunicato al ministro: occorre una verifica sulla rispondenza alle norme europee sulle procedure intraprese dalla nostra Amministrazione in ordine alla privatizzazione della società Tirrenia e Regionali congiuntamente all’assegnazione di contributi attraverso nuove convenzioni pluriennali.Il rischio è che al primo ricorso tutta l’opera svolta per la privatizzazione possa essere fortemente compromessa. Sono comunque convinto che la soluzione ipotizzata non sia quella più rispondente per il raggiungimento dell’obiettivo».

Bianca d’Antonio

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